Dahlia – Il Vivaio delle assassine


SEI QUI PER LEGGERE IN ANTEPRIMA IL PRIMO CAPITOLO DEL ROMANZO E AVERE ACCESSO AI SEGRETI DEL VIVAIO

Partiamo da ciò che rende le assassine del Vivaio delle vere macchine letali…


PROTOCOLLO SPERIMENTALE:

COMPOSTO BETA “BLUE”

Unità di Ricerca Neurofarmacologica

Rapporto Sintetico Risultati Clinici

(fase avanzata)

1. Descrizione generale

Il composto Beta è un modulatore neurochimico progettato per aumentare l’efficienza operativa dei soggetti in condizioni di stress estremo. L’obiettivo primario è la riduzione delle interferenze emotive, l’innalzamento della soglia del dolore e il miglioramento della risposta fisica.

2. Risultati

  • I soggetti mostrano significativa riduzione della risposta emotiva. Totale assenza di paura ed empatia. Ridotta esitazione decisionale.
  • Aumento della tolleranza al dolore e riduzione della percezione dello stimolo lesivo. I soggetti continuano a operare nonostante lesioni moderate e gravi.
  • Incremento della reattività motoria, miglioramento dei riflessi e maggiore resistenza alla fatica.
  • Tolleranza prolungata alla privazione di sonno (fino a 72 ore senza decadimento delle prestazioni cognitive). Maggiore stabilità energetica in condizioni di privazione di cibo, acqua, ossigeno.

3. Reazioni avverse osservate

Breve termine: Distacco emotivo marcato.

Episodi psicotici (circa il 11% dei casi).

Lungo termine (soggetti esposti > 12 mesi):

Degenerazione progressiva della memoria a lungo termine (circa il 99% dei casi).

4. Conclusioni

Il composto Beta è altamente efficace nel migliorare le prestazioni operative e nel ridurre le interferenze emotive. Tuttavia, presenta un profilo di rischio elevato, con effetti neuropsichiatrici progressivi che non è ancora stato possibile studiare sul lungo termine. Il composto è incompatibile con l’uso civile e raccomandato esclusivamente in un programma controllato con monitoraggio continuo.


CAPITOLO 01

Due salti, un incrocio. Due salti, un incrocio.

Salto velocemente, la corda stretta tra le dita e le unghie conficcate nei palmi.

Sudo. Ho il fiatone, ma vado avanti inesorabile.

Ho bisogno di sentire il sudore colare e il mio cuore battere sempre più forte. Questo o l’eutanasia. Non ce la posso fare a superare un’altra giornata a sentirmi grigia e fredda come il resto delle pareti qui dentro.

Be’, è quello che mi dico ogni maledettissimo giorno. Ma eccoci ancora qui.

Da qualche parte ho letto che il cervello umano, a livello inconscio, non recepisce le negazioni, quindi se io mi dico: “Non ce la posso fare”, quello che mi sto dicendo è: “Ce la posso fare”. Non c’è altra spiegazione all’ostinazione con cui tiro avanti in questo covo di vipere assetate di sangue.

Pardon, Fiori. È così che si chiamano le assassine addestrate qui al Vivaio.

Aumento progressivamente il ritmo, il mio respiro accelera, i muscoli delle gambe tremano per lo sforzo, ma resisto. Mi impongo una serie di quindici salti, e poi un’altra, entusiasta del mio battito che romba sempre più forte.

Sono le 06:30 e il sole è già sorto, ma non si fa vedere dietro la foschia oleosa oltre la vetrata della palestra. Saltare fino a che la corda non mi crea vesciche sulle mani, distruggermi fisicamente, è la mia personale routine di sopravvivenza, l’unica cosa che mi impedisce di implodere o uscire del tutto di testa.

Ci ho provato anche con la corsa, ma non ha lo stesso effetto. Correre, sentire il vento sul viso e il suolo che mi scorre sotto i piedi, è quanto più vicino all’essere liberi che io conosca. Mentre corro è facile immaginare che io possa continuare fino all’orizzonte, lontano dal Vivaio, con il dito medio alzato al grido di: “Adios, stronze!”

Saltare con la corda, ferma nello stesso punto, invece, è più una rivendicazione di appartenenza: ogni tonfo sul tappetino mi ricorda che è qui che sono intrappolata e non fomenta il mio desiderio di fuga.

Fuori ora minaccia di piovere, il cielo è grigio come dopo un olocausto nucleare. Quasi rimpiango i tempi in cui il blue mi rendeva indifferente a tutto, anche alla meteoropatia.

La pillolina blu, che mi ha fatto da colazione per molti anni, è il composto segreto che rende le agenti del Vivaio delle vere macchine da guerra. Il blue imposta tutte le emozioni sulla modalità risparmio energetico. Quando lo prendi non provi più nulla. Niente slanci di entusiasmo, nessuna ansia o paura. Spegne persino il dolore e la fatica. Ti rende una specie di zombie altamente efficiente, il soldato perfetto: imperturbabile e freddo.

Ma il blue ha anche una gigantesca controindicazione: cancella i ricordi.

Sgretola la memoria finché, con il tempo, dimentichi del tutto chi eri e perfino come ti chiamavi prima di entrare nel Vivaio. E per questo, non appena ne ho avuto la possibilità, di nascosto, ho smesso di assumere la mia dose quotidiana di blue. Una bella rogna fingere di non provare nulla, di non sentire nulla, qui dentro. Ma fino a oggi ci sono riuscita.

Ho un conto in sospeso con il mio passato. Solo l’idea della vendetta mi ha dato la forza di sopravvivere all’addestramento e non permetterò al blue di corrodere i miei ricordi.

A volte mi chiedo cosa abbia fatto di male per finire intrappolata in questa vita ignobile: dopata come un topo da laboratorio, circondata da “colleghe” simpatiche come alligatori.

Insomma, le ragazzine alla peggio vengono mandate in collegio, non vengono vendute dal loro padre a un’organizzazione segreta che addestra assassine.

Grazie, padre, davvero. La prima cosa che farò uscita da qui sarà venire a mostrarti cosa ho imparato nella prestigiosa scuola che mi hai permesso di frequentare.

Potrei scrivere un’enciclopedia intera sull’omicidio, non sto scherzando, non conosco altro: succede quando le tue lezioni al posto di anatomia e chimica diventano roba come “tecniche di soffocamento” e “veleni mortali”.

Qualcuno apre la porta della palestra, costringendomi a fermare la corda.

Per poco non scivolo, ma mi ricompongo subito, soffocando l’accenno di stupore sul mio viso, e rivolgo uno sguardo infastidito al nuovo arrivato. Sulla soglia c’è Genz.

«Non si usa più bussare?»

«Chiedo scusa, signora, ordini urgenti dalla Direttrice.»

L’annuncio mi causa un brivido.

Lo sapevo che oggi sarebbe stata una giornata schifosa.

Genz – abbreviazione di Gentianella – si avvicina con una cartellina in mano, zoppica da quando è precipitata da un palazzo di undici piani. Non ha più una gamba e, nonostante il nuovissimo modello di protesi, le conseguenze dei numerosi traumi la obbligano a un’andatura claudicante. Non fa più parte delle agenti operative, noi Fiori, ma è diventata il mastino della Direttrice.

Non è un tipo particolarmente loquace, Genz, nessuna di noi lo è: il blue, insieme alle emozioni, soffoca anche la voglia di chiacchierare. Lei, però, ha degli ordini da comunicarmi: «La Direttrice non è ancora rientrata alla base e chiede che lei la sostituisca».

Sono io a far le veci della Direttrice in sua assenza e preferirei passare l’intera giornata a fare flessioni su dei vetri rotti che sostituire quella sadica nelle sue mansioni.

Davvero, questo sì che è un buongiorno raggiante.

«Ci sono altri dettagli?» domando sotto lo sguardo impassibile di Genz.

Ha l’abitudine di fissarmi come se accarezzasse l’idea di soffocarmi nel sonno. Lo fa con tutti a dire il vero, ma ho comunque il sospetto di non essere la sua preferita, quasi che i suoi occhi così scuri da sembrare senza fondo possano scavare sotto la maschera che indosso e vedere le mie bugie.

Genz mi tende la cartellina. Una lista di incarichi con orari e note a seguito, e già il primo è proprio quello che speravo di non trovare scritto:

ORE 08:00, CENTRO DI PERSUASIONE, TEST APE REGINA

Un moto di nausea mi serra lo stomaco.

Al solo ricordo della prova che io stessa ho dovuto affrontare per diventare un’agente, il sangue che mi pompa nelle vene sembra evaporare e lasciare spazio ad angoscia allo stato solido.

Sollevo gli occhi dalla cartellina, incontrando di nuovo quelli torvi di Genz. Ha i capelli annodati in una crocchia stretta e sarebbe ancora una bellissima donna se il nulla che traspare dal suo sguardo non avesse ingrigito tutto il resto del suo aspetto: pelle, capelli, labbra costantemente piegate all’ingiù.

«Un nuovo Bocciolo è pronto alla fioritura?» domando cercando di dissimulare la repulsione.

Genz annuisce.

Il Vivaio è a corto di Fiori e una nuova agente risolverebbe un sacco di grane, ammesso e non concesso che la malcapitata non si faccia ammazzare alla prima missione. O, cosa che avviene con una frequenza tristemente nota, durante il Test dell’Ape Regina.

«Chi è il Bocciolo?» chiedo con un filo di voce.

«Quindici.»

I Boccioli non hanno nomi, solo numeri… il Vivaio ci incoraggia a dimenticare chi eravamo, prima di iniziare l’addestramento. E chimicamente anche la nostra mente è spinta a farlo, dal blue.

Comunque so chi è Quindici, una biondina che picchia durissimo e arriva sempre tra le prime nei test atletici.

«È nel bunker del Vampiro da tre giorni» mi informa Genz, senza che il suo tono porti traccia di una qualsiasi opinione in merito.

Io, invece, sono piena di disgusto. Ricordo bene il Vampiro e il suo bunker e, senza volerlo, rabbrividisco.

«Signora?» mi chiama Genz che si è accorta della mia esitazione.

«Congedo, agente. Puoi andare. Mi occuperò io del test.»

Trenta minuti dopo, nella mia stanza, sono lavata e in divisa. Vesto di nero dal colletto della camicia perfettamente inamidata alla punta degli stivali lucidi. La mia pistola, una Glock semiautomatica, è nera a sua volta. Persino le bretelle della fondina pettorale sono nere. L’unico tocco di colore me lo dà la spilla dorata che mi appunto al petto: una dalia. Il mio fiore. Il mio nome: agente Dahlia, la Rifiorentissima.

Davanti allo specchio controllo che il mio aspetto sia impeccabile. I capelli devono essere sempre legati e io li tengo in una coda alta, tirata così stretta che la pelle sulle tempie si tende e conferisce un taglio affilato al mio sguardo. Sembro una stronza spietata, ed è così che devo apparire se voglio rimanere a galla in questa piscina di squali.

Pelle chiara, capelli neri, occhi di un azzurro così scuro da sembrare blu. Una parte di me sa che assomiglio a mia madre, ma non me la ricordo più. Ho assunto per così tanto tempo il blue che si è portato via il ricordo del suo volto.

Alle 07:15 in punto emergo dalla mia stanza. Otto porte identiche alla mia si affacciano sulla corte interna della struttura che un tempo era un convento di campagna. Ora acciaio, cemento e vetri antiproiettile la fanno da padroni e l’aria bucolica del complesso è stata spazzata via da quella da rifugio antiatomico: solo il colonnato del piano inferiore rammenta l’anima antica di questo posto nascosta sotto ai dispositivi di sicurezza ipertecnologici.

Su ogni porta blindata del piano superiore, dove si trovano le stanze delle mie colleghe, c’è lo stemma in rilievo di un fiore diverso; sono tutti in argento, tranne il mio: la dalia, che è in oro.

Siamo tutte donne noi Fiori e, ai miei occhi, il Vivaio non è molto diverso da un bordello di lusso. Ospita mercenarie che non vendono piacere, ma la loro abilità nel fare ciò che a tutti gli altri è precluso: eliminare gli ineliminabili, carpire i segreti meglio nascosti, rubare ciò che nessuno oserebbe sottrarre.

Spie, ladre e assassine che vendono i loro servizi e, proprio come le donne di una casa di piacere, non sono chi si arricchisce in prima persona dei loro guadagni. Non riceviamo denaro in cambio del nostro lavoro, è il Vivaio a farlo. L’operato di ogni Fiore è ripagato con una sola moneta: la possibilità di continuare a vivere e la speranza di diventare un giorno la Rifiorentissima.

L’intoccabile. L’unico fiore d’oro.

Me.

Io non sono un Fiore come gli altri, sono la migliore agente che una spietata organizzazione segreta come il Vivaio sia riuscita a produrre.

O, quantomeno, questo è quello che mi conviene che tutti credano.

Essere la Rifiorentissima comporta dei privilegi e non ho intenzione di rinunciarvi, non finché trovo la forza di mandare avanti questa farsa.

Privilegio numero uno: lo status di Rifiorentissima mi pone ai vertici di comando di tutta la baracca, seconda solo alla Direttrice. Sono esonerata da esercitazioni a sorpresa, test tattici e tutta quella roba che, sì, spesso e volentieri, ti fa tirare le cuoia anche senza allontanarti dal Vivaio.

Numero due: a meno che io non cerchi di fuggire e la carica esplosiva che ho conficcata tra le vertebre esploda maciullandomi il cervello, è probabile che io passi tutta la mia vita qui dentro, senza dover andare in missione, e qui nessuno mi controlla da vicino, ragione per cui riesco a sottrarmi di nascosto all’assunzione del blue.

Numero tre, e più importante di tutti: la Rifiorentissima– come dicevo – non va in missione, per il semplice fatto che è oscenamente costosa.

Ho sempre trovato curioso che il Vivaio sia un’organizzazione militare segreta, così segreta che le altre agenzie di intelligence non hanno vere prove sulla sua ubicazione o sulla sua reale esistenza, eppure, chi ha bisogno dei suoi servizi sappia benissimo come contattarlo.

Per gli sfortunati obiettivi delle nostre missioni il Vivaio è una specie di diceria, l’uomo nero di cui si racconta ai bambini per spaventarli, nel nostro caso agli uomini potenti: Fai il bravo o il Vivaio ti manda uno dei suoi Fiori ad ammazzarti.

Prima di recarmi al bunker per il test, mi aspetta il primo pasto della giornata. Così scendo le scale, diretta alla mensa e, quando ne varco le porte antincendio, il silenzio è assordante.

Un posto dove si riuniscono una cinquantina di ragazze a far colazione dovrebbe essere rumoroso e anche un po’ caotico, con risatine e chiacchiericcio che la fanno da padroni. Qui, invece, non vola una mosca. Si sente solo il tintinnio delle posate. Non ci sono acconciature stravaganti, orecchini o make-up, qualsiasi cosa possa conferire un proprio stile nonostante la severità della divisa.

I Fiori vestono di nero, i Boccioli di grigio fango. I visi puliti, i capelli annodati e zero voglia di comunicare; perché la donna o la ragazza che ti siede accanto è, sì, una tua collega, ma soprattutto una tua nemica: la compagna di camerata che ti farà lo sgambetto nella prossima esercitazione, l’agente che farà carte false per aggiudicarsi una missione che alzi il suo punteggio.

Mi dirigo al bancone d’acciaio dove ci viene consegnato il vassoio della colazione. Ci sono già due Boccioli in fila e si scostano non appena mi avvicino, pronte a cedermi il turno.

«Non ho fretta» dico loro «servitevi.»

Dietro il piano d’acciaio e il pannello di plexiglas del bancone, un Guardiano in camice bianco fa scorrere verso di loro due vassoi. Le ragazze passano alla postazione successiva, dove un altro Guardiano, questa volta una donna, offre loro due bicchierini di carta: uno contiene una pillola blu elettrico, l’altro dell’acqua con cui ingoiarla.

L’assunzione del blue non è facoltativa e la donna non distoglie lo sguardo finché non le vede deglutire. Senza bisogno che chieda loro di farlo, le due ragazze spalancano la bocca con la lingua sollevata, dimostrando che è vuota.

Poi, la Guardiana spunta il loro nome dall’elenco e le due si allontanano verso i tavoli dove consumano la loro colazione.

Anche io, nel frattempo, ho preso il mio vassoio e ritiro la mia dose di blue.

«Buona giornata, signora» mi congeda la Guardiana. Non si aspetta che inghiotta la pillola davanti a lei, non io, non la Rifiorentissima.

«Buona giornata, Guardiana.» Metto il bicchierino con il blue sul mio vassoio e le volto le spalle.

Nessun Ministero della Salute metterà mai in commercio agli onesti cittadini l’intruglio sperimentale che viene dato a noi. Ma le loro vite valgono qualcosa, mentre le nostre, se non siamo efficienti, no.

Niente emozioni, innalzamento della soglia del dolore, implementate abilità fisiche. Sono impressionanti le cose che una persona può fare alterando il funzionamento dei suoi neurotrasmettitori. Aster nella sua ultima missione è resistita in apnea otto minuti. Otto. Il controllo della mente e del corpo che i campioni di apnea raggiungono in anni di allenamento, a noi viene dato in formato pillola.

Cioè… a lei. Ad Aster.

Io in piscina in apnea ci rimango al massimo un minuto, anche strafatta di blue. Va bene implementare le capacità, ma se uno di base non ne ha, cosa c’è da implementare? È come quel diesel speciale per le auto: se lo metti in una Ferrari migliori le prestazioni del motore, se fai il pieno a un catorcio non è che poi lo puoi far correre in Formula 1.

Io sono sempre stata maldestra, goffa e con la sola ambizione di tornare a ricongiungermi il prima possibile con il divano. L’antisportività fatta persona. Che oggi vada d’accordo con attività fisiche come correre o saltare la corda, basta e avanza per gridare al miracolo.

Sfilo tra i tavoli a testa alta, puntando a turno lo sguardo sulle donne e le ragazze attorno a me. Un’ispezione casuale, ma che ha il subitaneo effetto di far irrigidire sul posto il soggetto della mia attenzione. Qui dentro la Direttrice è Satana, ma io per loro sono il suo Segugio Infernale. Mi temono come se le mie abilità da assassina fossero così sopraffine da poter freddare qualcuno con una sola occhiata.

Raggiungo il grande tavolo vuoto dove mi siedo sola a ogni pasto e osservo la mia colazione. Il contenuto dei vassoi è uguale per tutte: una pappa proteica dal colore grigiastro e un bicchiere di succo multivitaminico che non ha mai visto un vero frutto da vicino.

Mentre consumo la mia poco invitante colazione, avverto gli sguardi che mi sfiorano con deferenza e invidia.

Ogni cosa al Vivaio si basa sulla competizione. Quando sei un Bocciolo, lotti con le tue compagne per diventare per prima un’agente. Per ottenere più libertà, più dignità, più riposo. Quando diventi un Fiore, combatti per l’unica cosa in grado di tenerti al sicuro: abbastanza punti missione per diventare la nuova Rifiorentissima.

Io sono il traguardo massimo a cui ogni Fiore può ambire. Agli occhi delle donne che mi posano addosso i loro sguardi schivi, la mia vita è un privilegio costante.

Un privilegio guadagnato con l’inganno, penso mentre fingo di ingollare la mia pillola di blue.

La metto in bocca, ma non deglutisco. La tengo ferma con la lingua mentre bevo un sorso di succo. Poi, con noncuranza, mi tampono le labbra con il fazzolettino di carta e la pillola passa dal fazzoletto alla tasca destra dei miei pantaloni. Me ne sbarazzerò più tardi nello sciacquone della mia stanza.

Getto una rapida occhiata tutt’attorno, per assicurarmi che nessuno abbia visto. Non incrocio sguardi sospettosi, ma il blue rende i loro volti maschere inespressive. Non tradiscono alcuna emozione a meno che non siano loro a volerne simulare una.

Deglutisco a vuoto sentendo il peso di tutte le menzogne che mi circondano, percependo i confini mortali della mia posizione.

Un solo passo falso e per me sarà finita.

E non solo perché mi rifiuto di continuare ad assumere questa merda. Ma perché ho un segreto che mi porto dietro dal giorno in cui sono salita di grado. Dalla mia prima missione.

Dal giorno in cui ho incontrato lui.

I miei pensieri corrono subito a Quindici, la ragazza che in questo momento è chiusa nel bunker del Vampiro, al test che tra poco dovrò supervisionare, tenendo a bada l’orrore.

Quella ragazzina dovrà essere forte oggi, e anche fortunata.Proprio come lo sono stata io quando ho incontrato Rune.


Dal 9 Giugno in libreria

“Dahlia – Il Vivaio delle assassine”

Lei è un’assassina d’élite, lui l’uomo che le ha salvato la vita e ora sta per riscuotere il suo debito.